lunedì 27 aprile 2020

ANTROPOLOGIA

pag. 235 Istituzione complete e austere

1. la prigione è un’istituzione nata da un modello di apparato correttivo che ha preceduto la legge
2. La prigione è un castigo egualitario perché riguarda la libertà, posseduta da tutti nella stessa quantità.
3. lo scopo della prigione è trasformare gli individui.
4. I fattori che collegano la prigione all'economia sono: il fatto che vengono monetizzati i giorni, i mesi e gli anni e il fatto che i detenuti stiano in prigione per "pagare il proprio debito".
5. La prigione appare agli uomini come un castigo "evidente" e "naturale" perché sanno che se commettono dei reati la loro pena sarà scontata al suo interno. 
6. A parer mio non è possibile ottenere un paragono riguardo l’accostamento scuola-prigione.
nonostante ci sono alcune somiglianze nei metodi, lo scopo della scuola è della prigione è lo stesso ossia quello di trasformare individui. ciò nonostante gli studenti non sono rinchiusi ma sono liberi.

giovedì 23 aprile 2020

ANTROPOLOGIA

L'IDENTITA' ETNICA E LA POLITICA DEL RICONOSCIMENTO
Diversi studiosi antropologi contemporanei, hanno evidenziato come l’identità, e particolarmentel’identità etnica, sia un concetto complesso, definibile  come “la rappresentazione di un insieme di valori, simboli e modelli culturali che i membri di un gruppo etnico riconoscono come loro distintivi”. Quest’identità etnica riflette una costruzione che si invoca come distintiva a seconda delle circostanze, dei tempi e delle situazioni.
L’identità etnica è dunque qualcosa di socialmente costruito dai vari gruppi sociali in relazione agli altri gruppi di una stessa comunità. Gli eventi esterni possono determinare il suo impiego perciò l’uso di una certa “identità etnica” può essere fluido e flessibile ed adattarsi in maniera strategica a seconda della temperie, anche politica, alla collettività di cui è parte. Quindi una rappresentazione che si costruisce sulla differenza, su tratti distintivi utilizzati per contraddistinguersi: si tratta di definizioni mediante cui un determinato gruppo si auto-attribuisce una omogeneità interna e, alo stesso modo, una diversità rispetto ad altri.
La definizione di identità etnica elaborata criticamente dagli antropologi, è  frutto di un’intensa frequentazione degli “altri”, ed è stata elaborata verificando sul campo come i diversi gruppi locali si definiscono e come si relazionano nei contesti più ampi di cui sono parte.
L’antropologia culturale è una materia che studia le differenti culture contemporanee ed ha avuto bisogno di elaborare concetti come quello di identità etnica per comprendere ed analizzare le diverse realtà sociali con cui si confrontava: dagli Inuit del Canada alle popolazioni andine del Perù, dalle tribù nomadi dell’Iran e Pakistan alle società segmentarie dei Nuer del Sudan, dalle caste Indiane alle popolazioni nilotiche, dagli argonauti del Pacifico Occidentale agli Indiani d’America.
Gli Uroni erano sedentari e produttori di mais, al centro di una rete di scambio coinvolgente nu­merosi gruppi, limitrofi e lontani. Con l’arrivo dei francesi essi vennero coinvolti progressivamente nella caccia finaliz­zata al commercio delle pelli, cosa che andò a modificarne la cultura. Inoltre, nel corso degli anni, le epidemie, e poi le guerre con altri indiani, finirono per decimare gli Uroni che, come ultimo atto, vennero dispersi su terre che non erano le loro. Da allora sono vissuti protetti dal governo canadese per­dendo progressivamente, oltre alle loro terre, la loro cul­tura.
Chi sono oggi gli Uroni? Nel 1968, anno in cui Eugeen Roosens condusse le sue ricerche nel villaggio urone, gli abitanti di quest’ultimo erano un po’ meno di mille e rappre­sentavano la più numerosa comunità di questi indiani in tutto il Canada. Loro atteggiamento caratteristico era il richiamo continuo al passato per validare la propria posizione nei confronti del governo cana­dese. Poiché i circa mille abitanti sono discendenti di individui che per secoli si sono mescolati a francesi e inglesi, non è possibile distinguerli somaticamente tra loro. Anche la loro cultura differisce solo in mi­nima parte da quella dei franco-canadesi. I nomi di fa­miglia sono quasi tutti francesi. Non parlano nemmeno più la loro lingua. Infatti gli Uroni hanno finito per sviluppare quella che Roosens chiama una contro-cultura: una creazione del presente che però ha l’apparenza di presentarsi come “autentica” e distin­ta sia da quella dei non indiani, sia da quelle degli altri gruppi indiani.

PEDAGOGIA

KANT E LA LEGGE DEL DOVERE
Kant ha insegnato pedagogia tra il 1776 e il 1787. La sua riflessione partiva da alcuni testi di pedagogia, dai quali poi si è distaccato, di Rousseau e a Locke. La pedagogia di Kant era prganizzata in diversi momenti: l’Introduzione, dedicata ai problemi di pedagogia generale; l’Educazione fisica o naturale, dedicata alla dimensione strettamente fisica e anche a quella intellettuale; l'Educazione pratica o morale, dedicata all'abilità, alla sagacia e alla moralità.

L'educazione è considerata come un'esigenza primaria dell’uomo. L'uomo infatti è quello che è proprio grazie all'educazione. Questo cammino verso la realizzazione piena dell'umanità prosegue di generazione in generazione. Attraverso l'educazione si può arrivare a sviluppare le potenzialità umane e le conoscenze. Secondo Kant nella natura dell’uomo risiede un’animalità istintuale che deve essere disciplinata dall’esterno per poi essere sottomessa alla ragione. Gli istinti devono essere sottomessi dalla disciplina, che ha così un compito negativo; mentre l’istruzione deve servire per insegnare a pensare e raggiungere i propri scopi ed in quest'ottica assume un compito positivo. Accortezza e moralità si possono sviluppare grazie alla formazione pratica. 


Quello che differenzia l'uomo dagli animali è invece la capacità di porsi una legge morale. L’educazione pratica riguarda l’agire dell’uomo e comprende l’abilità, la prudenza e la moralità. La prima deve diventare una maniera di pensare; la seconda la capacità di servirsi dell’abilità; e la terza il dominio delle passioni realizzato dal carattere. Il carattere di un giovane si può formare attraverso un esercizio costante del dovere verso se stessi e verso gli altri. Kant associa quindi la moralità all’obbedienza, cioè ad una legge morale che comanda di agire in senso universale ed è libera da fini particolari e da moventi esterni. Kant pensa che per sua natura l’uomo non sia né buono né cattivo. Può diventare moralmente buono grazie alla virtù (padronanza di se). Si deve uscire dallo stato di natura evitando l’insorgenza di vizi indotti dalla società, accettando i giusti principi e una avversione interiore verso tutto ciò che è moralmente spregevole. Il timore della propria coscienza dovrà sostituire il timore di Dio o degli uomini come determinante dell’azione.
GLI STADI DELL'ISTITUZIONALIZZAZIOE DEL POTERE
In Fenomenologia del potere di Heinrich Propitz troviamo degli assunti interessanti sul “potere”. In primo luogo, lo studioso tedesco afferma che il potere è un elemento universale della socialità umana. In secondo luogo, distingue quattro forme antropologiche fondamentali di potere: il potere di offendere, basato sulla violenza; il potere strumentale, basato sulla preoccupazione del futuro; il potere d’autorità, basato su norme di riconoscimento; infine, l’agire tecnico, che esprime il potere di creare dati di fatto.
In terzo luogo, Popitz parla dell’onnipresenza del potere in tutti i rapporti umani: «Il potere si annida dappertutto, si tratta solo di imparare a vederlo». In generale, secondo Popitz, «la parola potere fa riferimento a qualcosa che l’uomo è in grado di fare, alla sua capacità di imporsi su forze estranee».

In particolare, Popitz fa dipendere ciascuna di queste forme alla corrispondenza tra dipendenze vitali e facoltà dell’agire umano. Il potere di offendere, di stabilire norme, di agire in modo tecnico sono facoltà dell’agire costitutive dell’uomo, alle quali corrispondono la vulnerabilità, la preoccupazione per il futuro, il bisogno di norme e di riconoscimento, il legame con gli artefatti.

Tuttavia, se andassimo a fondo di questa analisi del potere, scopriremmo che le quattro forme possono essere ridotte a una sola: al potere coercitivo, al potere cioè capace di imporre la propria potenza al fine di orientare la condotta altrui. Insomma, per Popitz «gli uomini sono in grado di fare del male agli altri uomini direttamente, e inoltre possono influenzarli pesantemente agendo su aspettative, norme, artefatti».

Dal mio punto di vista, per quanto taluni presupposti di Popitz siano pienamente condivisibili, ritengo tuttavia che in questa analisi alcuni aspetti del potere siano rimasti un po' in ombra. Ciò dipende, a mio parere, dal fatto che un concetto quale quello di potere è intessuto da una molteplicità di altri concetti, ossia dal fatto che tale concetto rimanda a una rete complessa di concetti, rete difficile da districare.

Ad esempio, nei rapporti di potere non potrei mai confondere tra il “costringere” e/o l’“influenzare” qualcuno a scegliere una determinata condotta. In pratica, tra il potere coercitivo, che tende a imporre una scelta e il potere persuasivo, che tende a proporre una scelta, esiste una differenza ben netta. Nel potere persuasivo, la decisione ultima, quella di compiere o di non compiere una determinata scelta, spetta comunque al soggetto destinatario di tale potere. Altrettanto non possiamo dire del potere coercitivo, dove la libertà d’agire è fortemente limitata. Così, tra la minaccia messa in atto dal potere coercitivo al fine di ottenere obbedienza, e la promessa avanzata dal potere persuasivo al fine di ottenere un consenso sussiste una notevole differenza. Così, tra la punizione che consegue alla disobbedienza, e la mancata ricompensa che consegue al mancato consenso. Così, tra il subire un ricatto e suscitare una speranza. E potrei continuare con altri concetti.

Ovviamente, il concetto di potere può essere declinato in molteplici modo, ed essere qualificato in funzione dell’istituzione politica o sociale che lo esercita, e parlare di potere normativo, costituente, temporale, spirituale, emissivo, discrezionale, razionale, promissivo, attrattivo, ecc., nondimeno, se andassimo a fondo nella nostra analisi troveremmo che ciascuna di queste tipologia di potere usa una specifica risorsa, vale a dire è il modo in cui la “risorsa” viene impiegata a dare al potere configurazioni diverse.

Come si può comprendere, ogni forma di potere mette in atto una specifica sequenza di concetti, ai quali corrispondono specifici comportamenti o atteggiamenti. Ora, secondo la mia ipotesi, le forme di potere attraverso le quali è possibile indurre qualcuno a compiere qualcosa sono tre: coercitivo, persuasivo e suggestivo. Nell’analisi fenomenologica, i tipi di potere più indagati sono senza dubbio il primo e il secondo. Del potere suggestivo, non mi pare che ci siano effettuate grandi analisi.

In sintesi, il potere coercitivo si manifesta quando si obbliga qualcuno a compiere una determinata ed unica scelta escludendo ogni altra possibile scelta. L’effetto del potere coercitivo è l’obbedienza. Il potere persuasivo si manifesta quando si vuole convincere qualcuno a prendere una determinata decisione scegliendo tra diverse opzioni. L’effetto del potere persuasivo è il consenso.
Il potere suggestivo rimane quello maggiormente avvolto tra le nebbie delle riflessioni sul potere. Forse, questa maggiore evanescenza del potere suggestivo dipende dal fatto che i suoi meccanismi non sono così visibili come lo sono invece nelle altre due forme di potere.

venerdì 3 aprile 2020

ANTROPOLOGIA

LA NOZIONE DI CLASSE SOCIALE IN MARX
La nozione di casse sociale è strettamente legata alla tradizione economica europea, sviluppatasi soprattutto nell'epoca della rivoluzione industriale. Karl Marx, un filosofo tedesco vissuto proprio in questo periodo, riteneva che la storia della società fosse caratterizzata dalla "lotta di classe".
Con questa espressione Marx, che la storia è mossa dal continuo confronto tra gruppi sociali con interessi diversi: la società moderna è nata dallo scontro tra la borghesia e l'aristocrazia, e dal trionfo della prima sulla seconda.
La Rivoluzione industriale aveva dato origine ad una classe sociale antagonista, il proletariato urbano, che avrebbe allontanato la borghesia e instaurato una società di uguali

Classi e gruppi occasionali
La divisione della popolazione in classi ha a che vedere con la divisione del lavoro. Il lavoro rappresenta una nuova classe sociale, che determina classificazioni e discriminazione. Questa nuova classe prende il nome di gruppo occupazionale.

ANTROPOLOGIA

ETNIE ED ETINICITA'
I termini "etnia" ed "etnicità" sono oggi usati in ambiti politici e letterari, ma quando si tratta dell'antropologia i termini cambiano significato.
L'etnia è un gruppo di persone identificabile con una cultura, corrisponde dunque ad un sentimento identitario di carattere statico, storico ed eterno: l'etnicità. La nascita di un'etnicità è frutto, infatti, di un lungo processo storico, che si costituisce dall'interazione tra individui ed altri gruppi.
Alcuni antropologi sono arrivati a definire l'etnicità come la sfera dei "sentimenti primordiali", ovvero delle ragioni ultime per sentirsi appartenenti ad un gruppo stabile nel tempo.

ANTROPOLOGIA

SESSO E GENERE
Questioni centrali nella determinazione dell'identità individuale, sono le definizioni di sesso e di genere.
Il sesso è l'identità che deriva dalle caratteristiche naturali ed anatomiche dell'individuo. Il genere è invece un modo di concepire culturalmente le differenze sessuali.
Negli anni '20 e '30 del Novecento, l'antropologa statunitense Margaret Mead intraprese delle ricerche, attraverso le quali mostrò come presso i popoli del Pacifico da lei studiati, i tratti del carattere maschile e femminile, fossero determinati più da una predisposizione culturale che biologica.
Sulla scia di queste ricerche, gli antropologi si occuparono di studiare e differenze di genere dal punto di vista emotivo: notarono che di nuovo si trovavano di fronte a costruzione di tipo sociale.
La distinzione tra sesso e genere è fondamentale, poiché contrariamente a quo che si crede, la distinzione esiste ed è sostanziale. Nelle nostre società passate, però i ragazzi e le ragazze riceverono un'educazione basata sula loro predisposizione biologica, anche se ultimamente si sta iniziando a favorire un'educazione neutra, senza cioè distinzioni di genere.

ANTROPOLOGIA

LA PERSONA
La persona, presso le culture occidentali, è l'insieme delle caratteristiche che distinguono un essere umano da altri esseri viventi o inanimati e che varia a seconda delle cultura.
Però una persona non è la stessa cosa di un individuo: una persona è una creazione sociale, dunque si crea nel momento in cui esiste una relazione sociale, mentre l'individuo è un singolo biologico. Dunque l'accezione di persona riguarda come l'individuo entra in relazione con il gruppo sociale.
Come sottolineò Marcel Mauss nel suo saggio "l'idea di persona", l'idea di individuo in quanto soggetto svincolato dal contesto sociale è svincolato dalla cultura.

ANTROPOLOGIA

EMOZIONI E SENTIMENTI COME ELEMENTI COSTITUTIVI DEL SE' 
Le emozioni e la loro espressione sono spetti importanti nella costruzione del soggetto umani, in relazione sia al mondo interiore che esteriore, verso la natura e la società.
I sentimenti in genere sono i concetti che una cultura possiede di un determinato stato d'animo, cioè dell'emozione che nella sua forma elementare è molto più simile a una sensazione.
Gli antropologi sono d'accordo su un punto: gli stati d'animo non sono universali, ma cambiano da cultura a cultura. Essi sono infatti soggetti culturali, ovvero avvertiti un modo differente tra persone e tra fasce d'età.
Molte culture presso le quali gli antropologi hanno condotto ricerche sulla dimensione dell'interiorità mancano di un termine unico  per definire le emozioni nella loro totalità: esse sono sempre modulate in base al contesto e al carattere della persona.
Per esempio gli Infaluk, un piccolo popolo di un'isola in Micronesia, possiedono due nozioni: metagu e song. Il primo termine indica paura e il secondo collera, ufficialmente, ma in realtà il loro significato vero e proprio varia in base al contesto.

ANTROPOLOGIA

GLI ABITI COME BARRIERE
Ci sono dei popoli invece, per i quali ilo corpo deve rimanere coperto, attraverso lunghi abiti tradizionali.  Come capita con il burqa, ad esempio, o in altre realtà orientali generali.
Tuttavia, anche se le realtà sono di base orientale, anche in occidente esiste un limite culturale sopra il quale è illecito mostrarsi in nudità: è chiamata soglia del pudore e varia da cultura a cultura.

ANTROPOLOGIA

IL CORPO CULTURALMENTE DISCIPLINATO
Le emozioni e i sentimenti sono inclinati dal corpo attraverso modelli culturali inconsapevolmente appresi. Questo modo di stare al mondo è stato oggetto di studi sin dall'antichità. Ormai, infatti, il corpo è culturalmente disciplinato come ha sottolineato il filosofo francese Michel Foucalt, in uno studio sui meccanismi di controllo e di repressione nell'Europa moderna. 
Il controllo del corpo è disciplinato da i modelli culturali in vigore sia nella sfera pubblica, che nella sfera privata.
La società cerca di imprimere nel corpo degli individui i segni della sua presenza, come se fosse un modo per farsi riconoscere. Però, anche l'individuo stesso lo utilizza per rappresentarsi.
Uno di questi veicoli è rappresentato dal pudore:
Ad esempio, presso alcuni popoli stare nudi o seminudi è ritenuto normale, sia per gli uomini, sia per le donne, come accade presso le tribù amazzoniche e dell'Africa. 

ANTROPOLOGIA

1.Quali sono i tre tipi di matrimonio ordinariamente riconosciuti? I matrimoni possono essere di tipo monogamico, poliginico e polindrico. ...